LA SECONDA GUERRA MONDIALE
 
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L'ECCIDIO DI CEFALONIA
 

Mentre in Italia le forze armate italiane venivano disarmate dall’esercito tedesco, all’estero esse riuscirono a contrastare i nazisti; in Corsica, ad esempio, italiani e francesi riuscirono, insieme, a cacciare le truppe germaniche.
Uno degli episodi più tragici, invece, accadde in Grecia, nell’isola di Cefalonia, appartenente al gruppo delle Ionie e situata a circa 250 chilometri dalle coste italiane; qui si trovava, fin dal primo maggio 1941, la divisione italiana “Acqui” (per un totale di circa undicimila uomini) al comando del generale Antonio Gandin. Il generale Antonio Gandin, 
       fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Antonio_Gandin.jpg Agli inizi di agosto del 1943, dopo che Mussolini fu arrestato in seguito alla sfiducia decisa dal Gran Consiglio del Fascismo tenutosi il 25 luglio, Hitler inviò sull’isola un gruppo di 2.000 uomini, guidati dal tenente colonnello Hand Barge, con lo scopo di controllare la fedeltà dei reparti italiani.
Per un mese non ci furono problemi di rapporti tra le truppe italiane e germaniche ma poi, l’8 settembre, arrivò anche a Cefalonia la notizia dell’armistizio.
Inizialmente arrivò a Gandin, dal Comando d’Armata di Atene, l’ordine di reagire con la forza ad eventuali attacchi ma, la sera del giorno nove, il Comando stesso mandò un radiogramma in cui si diceva di un accordo fatto tra quest’ultimo e i tedeschi; quest’accordo prevedeva che gli italiani consegnassero ai nazisti le armi pesanti e i pezzi d’artiglieria in cambio del rimpatrio di tutti i soldati stessi.
L’accordo stipulato era in netta contraddizione con quanto diceva l’armistizio appena firmato e, quindi, Gandin decise di adottare una tattica di difesa in attesa di ordini più specifici; questi arrivarono il 13 settembre quando il Comando Supremo italiano comunicò di “resistere con le armi alle pretese tedesche di consegna degli armamenti”.
Gandin rifiutò di arrendersi e di consegnare le armi alle truppe di Hitler preparandosi al loro inevitabile attacco. Questi ultimi utilizzarono i loro “Stukas” per colpire i reparti italiani che resistettero fino al giorno ventidue quando Gandin, dopo aver perso circa duemila uomini, si decise a chiedere la resa.
I tedeschi si vendicarono nei quattro giorni successivi; Hitler ordinò di fucilare i soldati italiani dati che li riteneva dei traditori. I nazisti fucilarono 4.000 uomini tra cui lo stesso Gandin.
I superstiti furono fatti salire su dei piroscafi per essere portati nei lager nazisti; tre di questi, però, affondarono per essere passati in un tratto di mare minato e altri tremila uomini persero la vita.
In totale l’Italia ebbe un numero di 9.646 vittime.