LA SECONDA GUERRA MONDIALE
 
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LA CADUTA DEL FASCISMO IN ITALIA
 

In Italia, fin dall’autunno del 1942 quando le sorti della guerra iniziarono a diventare sfavorevoli per le potenze dell’Asse, si vennero a formare correnti di opinione contrarie alla prosecuzione del conflitto; esse si formarono ai livelli alti delle Forze Armate e tra la famiglia reale dei Savoia. Ne facevano parte anche il Maresciallo Pietro Badoglio, che, nel 1941, era stato sollevato dall’incarico di Capo di Stato Maggiore Generale, il duca Pietro Acquarone, Ministro della Real Casa e alcuni gerarchi fascisti che facevano capo, soprattutto, a Grandi (presidente della Camera), Ciano (genero del Duce) e Bottai.
Il 10 luglio gli anglo-americani sbarcarono sulle coste della Sicilia ed avanzarono rapidamente; sei giorni dopo un gruppo di gerarchi (composto da Acerbo, Bottai, De Bono, De Cieco, De Vecchi, Farinacci, Giuriati e Teruzzi) chiese a Mussolini di essere ricevuto per discutere sulla situazione militare nell’isola. Carlo Scorza (segretario del Partito), con l’appoggio di Farinacci e Bottai, propose al Duce di riunire il “Gran Consiglio del Fascismo”.
A queste richieste Mussolini rispose dicendo solamente che se ne sarebbe parlato solamente dopo il suo incontro con Hitler previsto per il giorno 19 a Feltre.
Al Fuhrer Mussolini pensò di esprimere il fatto che ormai l’Italia era impossibilitata a continuare la guerra dato che la sconfitta si faceva sempre più vicina; il Duce, però, alla fine, di fronte ai discorsi del suo interlocutore, non trovò il coraggio di riferire quello che doveva e rimase in silenzio non parlando assolutamente della sua intenzione di sganciarsi dal conflitto.

Il bombardamento su Roma

Nello stesso giorno Roma subì il primo bombardamento nemico effettuato da 200 aeroplani; fu colpito principalmente il quartiere di San Lorenzo insieme a quelli del Prenestino, Labicano, Nomentano, Tuscolano, Tiburtino e Casilino. Il bilancio dell’attacco aereo fu pesante: le 4.000 bombe sganciate causarono circa 3.000 morti e 11.000 feriti.
Dopo il bombardamento il Papa Pio XII visitò le zone colpite e benedisse le vittime sul Piazzale del Verano.

Il Gran Consiglio del Fascismo

Il 21 luglio Mussolini approvò la decisione di convocare il Gran Consiglio per sabato 24 senza però dare la notizia alla stampa. Scorza lo comunicò a Grandi il quale fece la prima stesura di un ordine del giorno con l’obiettivo di avere un grosso chiarimento con il Duce.
Il giorno dopo Mussolini si recò dal Re per parlare del suo incontro con Hitler; entrambi si dichiararono d’accordo sul fare uscire l’Italia dalla guerra ma il re ricordò al Duce che, per farlo, quest’ultimo, come richiesto dagli Alleati durante la conferenza di Casablanca, avrebbe dovuto dimettersi.
A Mussolini la richiesta di dimissioni venne fatta anche da Grandi in un incontro pomeridiano del giorno 22 dove quest’ultimo presentò l’ordine del giorno che intendeva presentare alla seduta del Gran Consiglio; il Duce, però, lo ascoltò solamente senza prendere nessuna decisione.

L'ordine del giorno Grandi

Il piano per poter deporre il Duce era stato ideato, in segreto, da Grandi e da Vittorio Emanuele III. Mussolini poteva essere deposto solo dal Re ma questi gli aveva passato il potere di governo e quello di comando delle Forze Armate.
Per poter restituire i poteri costituzionali al Re Mussolini doveva essere messo in minoranza dal Gran Consiglio il quale avrebbe, poi, potuto sottrarre al Duce le deleghe di comando. L’ordine del giorno di Grandi prevedeva, infatti, la restituzione proprio di tutti i poteri politici e militari al sovrano; questo era espresso chiaramente nel seguente passo: “invita: il Capo del governo a pregare la Maestà del Re, verso la quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore dì tutta la Nazione, affinché egli voglia, per l'onore e la salvezza della Patria, assumere, con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell'Aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quella suprema, iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono e che sono sempre state, in tutta la nostra storia nazionale, il retaggio glorioso della nostra augusta dinastia di Savoia”.
All’ordine del giorno di Grandi se ne contrapponevano altri due: uno di Farinacci, analogo al primo, e uno di Scorza (Segretario del Partito Nazionale Fascista), che, sostanzialmente, lasciava tutto invariato.

La seduta

La seduta del Gran Consiglio ebbe inizio sabato 24 luglio poco dopo le 17.
All’inizio Mussolini fece un riassunto della situazione militare, soffermandosi, soprattutto, sulla situazione nel teatro mediterraneo. Diede la colpa delle sconfitte a tutti tranne che a sé stesso e considerò l’entrata nel conflitto come riguardante tutto il partito e non come una sua decisione personale.
Quindi a prendere la parola fu De Bono: egli sostenne i soldati italiani mentre imputò al Duce l’errata scelta dei capi militari. Successivamente intervenne Farinacci che propose di istituire un comando unificato tedesco-italiano. Bottai si chiese se proseguire o meno nel conflitto dato che non considerava possibile una valida difesa del territorio italiano.
Intervenne, quindi, Dino Grandi; disse che il Gran Consiglio del Fascismo, nonostante le ripetute richieste, non veniva più convocato dal 7 dicembre 1939, prima dell’entrata in guerra italiana. Sostenne che ormai non ci si poteva più illudere: la guerra era persa e la responsabilità era di Mussolini che non aveva preparato militarmente la nazione al conflitto. Rimarcò anche il totale servilismo alla Germania e il fatto che bisognava rimanere neutrali dato che i tedeschi non avevano rispettato gli accordi tra i due Paesi.
Successivamente Grandi chiese a Mussolini di ridare il comando delle Forze Armate al Re ma, dopo che il Duce manifestò la sua netta contrarietà, iniziò la discussione che durò fin oltre le ore 23.
Verso mezzanotte Scorza propose un rinvio della seduta al giorno dopo ma Grandi si oppose in modo energico; Mussolini gli diede ragione e sospese la riunione solamente per mezz’ora.
Quando riprese, Bottai si schierò a favore dell’ordine del giorno Grandi mentre Scorza, invece, invitò gli altri a non votarlo.
Alla fine della discussione Mussolini, contrariamente al solito in cui traeva lui le conclusioni, non espresse il suo parere e decise di far votare subito gli ordini del giorno cominciando, anziché da quello di Scorza a lui favorevole, proprio da quello di Grandi.

La votazione

I 28 componenti del Gran Consiglio furono chiamati a votare l’ordine del giorno Grandi per appello nominale. Il risultato fu di 19 voti favorevoli (Grandi, Bottai, Federzoni, Ciano, De Vecchi, De Marsico, Albini, Acerbo, Alfieri, Marinelli, Pareschi, De Bono, Rossoni, Bastianini, Bignardi, De Stefani, Gottardi, Balella e Cianetti), 8 contrari (Scorza, Farinacci, Buffarini-Guidi, Galbiati, Biggini, Polverelli, Tringali Casanova e Frattari)e un astenuto (Suardo). Cianetti, poi, il giorno dopo scrisse a Mussolini ritrattando il suo voto.
Alla conclusione della votazione il Duce decise che era inutile andare avanti con gli altri ordini del giorno e dichiarò finita la seduta. Disse solamente: “L’ordine del giorno Grandi è approvato, Signori, con questo ordine del giorno avete aperto la crisi del regime” .
I membri del Gran Consiglio se ne andarono alle 2,40 del mattino.
La votazione, al momento, non aveva, però, nessun valore dato che Mussolini era responsabile solamente dinanzi al Re e solo quest’ultimo poteva destituirlo.

L’arresto di Mussolini

Mussolini, la mattina di domenica 25 luglio, chiede a Vittorio Emanuele III di incontrarsi, anziché il lunedì come succedeva abitualmente, il giorno stesso; si presentò dal sovrano, quindi, alle 17 a Villa Savoia.
Il Re disse a Mussolini che il voto pronunciato dalla seduta del Gran Consiglio imponeva un cambiamento; a questo il Duce rispose che esso, anche se aveva un valore solamente consultivo, in pratica, significava la capitolazione dell'Italia.
Il Re gli comunicò, quindi, la sua sostituzione con il Maresciallo Pietro Badoglio e poi, dopo che il Duce uscì alle 17.20, lo fece arrestare dai carabinieri; questi caricarono Mussolini su un’autoambulanza della Croce Rossa dicendogli, però, di garantire la sua incolumità.
Alle 22,45 la radio, interrompendo le trasmissioni, diffuse questo comunicato: « Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, S.E. il Cavaliere Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio » .
Badoglio, però, per non insospettire i tedeschi, disse, sempre alla radio, che la guerra continuava a fianco della Germania (anche se di lì a poco verrò firmato l’armistizio con gli Alleati).
La stampa solamente la mattina del 27 luglio diede notizia della sfiducia che il Gran Consiglio diede a Mussolini e del passaggio dei poteri al Re. Nessuna notizia, invece, venne data sulla sorte del Duce.

I giorni dopo il 25 luglio

Nei giorni successivi al 25 luglio nelle città italiane vi furono grandi manifestazioni di gioia per la caduta di Mussolini e vennero abbattuti molti simboli del regime.
Badoglio sciolse il Partito Fascista e tutti gli organi del precedente esecutivo. Creò un governo militare; uno dei suoi primi ordini era contenuto in una circolare, diretta alle forze dell'ordine ed ai distaccamenti militari, che imponeva il passaggio per le armi a chi si fosse ribellato alla polizia o alle forze armate, a chi avesse insultato le istituzioni e chi avesse disobbedito agli ordini. Erano, inoltre vietati, i gruppi di più di 3 persone i quali dovevano essere dispersi anche con l’uso della forza. Il 28 luglio i soldati spararono sugli operai sia a Reggio Emilia che a Bari facendo 9 morti in entrambi i posti. Dal 26 al 30 luglio esercito e polizia fecero più di 80 morti e più di 300 feriti.
Badoglio iniziò anche a prendere contatti con gli alleati per trattare la resa che, il 3 settembre, venne firmata con l'armistizio di Cassibile, reso noto poi il giorno 8.