L'ATTACCO INGLESE ALLA BASE DI TARANTO

La dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia comportò, da parte degli inglesi, l’invio sempre maggiore di materiale bellico in aiuto all’esercito greco. Bisognava quindi organizzare continui convogli marittimi tra l’Egitto e la Grecia e, ogni volta, il rischio che le navi inglesi correvano attraversando il Mediterraneo era notevole. Il pericolo, più che dagli attacchi dell’aviazione italiana (rivelatisi in realtà poco efficaci), era rappresentato dalla vicinanza di Taranto alla Grecia: le navi italiane, infatti, avrebbero potuto raggiungere velocemente e distruggere i convogli britannici in navigazione.
Inoltre, e questo fu il secondo motivo dell’attacco a Taranto, i britannici dovevano rifornire il loro caposaldo di Malta; per loro Malta era strategica perché, essendo situata tra la Sicilia e la Tunisia, era sulla rotta che percorrevano i convogli italiani diretti in Libia.
Fu per questi motivi che gli inglesi pensarono di organizzare un’operazione con l’obiettivo di colpire le navi italiane mentre si trovavano ormeggiate nella loro base di Taranto. Un piano di attacco che prevedeva l’utilizzo di aerosiluranti era stato preparato negli anni precedenti da George Lyster (nell’autunno 1940 nominato capo della divisione di portaerei situata ad Alessandria) e questi l’aveva sottoposto al Comandante in Capo della Mediterranean Fleet, Ammiraglio sir Andrew Cunningham.
Il piano era rischioso perchè Taranto era una base potentemente difesa con batterie antiaeree, cannoni, mitragliere pesanti e proiettori luminosi. Inoltre, le portaerei, da cui sarebbero decollati i velivoli previsti per la missione, si sarebbero dovute portare vicino alle coste italiane con il rischio di essere scoperte da pattuglie nemiche. D’altro canto, però, gli inglesi potevano sfruttare il fattore sorpresa dato che i comandi italiani ritenevano improbabile un attacco aereo contro la loro base, soprattutto durante le ore notturne.
Il 3 novembre, sette navi mercantili, con al seguito alcuni incrociatori e cacciatorpediniere, erano partite da Alessandria per portare benzina e armamenti a Suda e a Malta. Contemporaneamente gli incrociatori Ajax e Sydney erano partiti, sempre dalla stessa base, per trasferire truppe Creta.
Il pomeriggio del 6 novembre, invece, partirono quattro corazzate, la portaerei Illustrious, due incrociatori e tredici cacciatorpediniere tutti diretti verso La Valletta.
Il giorno successivo la Forza H (composta dalla portaerei Ark Royal, una corazzata, due incrociatori e sei cacciatorpediniere) salpò da Gibilterra con il compito di trasportare 2.150 soldati alla guarnigione di Malta.
Tutti questi convogli provenienti avevano lo scopo di confondere gli italiani sul vero obiettivo dei futuri attacchi inglesi, il porto di Taranto.
Il radar della Illustrious scoprì alcuni ricognitori italiani che vennero abbattuti prima di aver potuto avvertire della presenza delle navi inglesi; esse poterono giungere a Malta nella giornata del 10 novembre. La sua efficace copertura aerea, inoltre, non permise agli italiani di seguire lo spostamento della flotta britannica e, il giorno 11, questa lasciò Malta per dirigersi verso il punto prefissato da cui sarebbero decollati gli aerei per attaccare Taranto.
Quella stessa sera nella base italiana erano presenti sei corazzate (Andrea Doria, Caio Duilio, Conte di Cavour, Giulio Cesare, Littorio e Vittorio Veneto), sette incrociatori pesanti (Bolzano, Fiume, Gorizia, Pola, Trento, Trieste e Zara), due incrociatori leggeri (Duca degli Abruzzi e Garibaldi) e alcuni cacciatorpediniere. Il numero di navi era cosi elevato perché gli italiani erano stati costretti a concentrarvi il grosso della loro forza navale dato il numero alto di navi di rifornimento inglesi che percorrevano il Mediterraneo. L’intero porto era difeso dalla diga della Tarantola, una muraglia in massi e calcestruzzo che però era stata concepita come antisommergibile e non contro l’aerosiluramento. Vi erano inoltre 87 palloni frenati, posti nei punti da cui più probabilmente sarebbe giunta un’incursione nemica: 60 di questi erano però stati strappati dai forti venti, che fino al giorno precedente avevano spazzato la base, e non si erano potuti rimpiazzare.
Alle 20.30 la portaerei Illustrious fece iniziare le operazioni di decollo per gli aerei della prima ondata. Questi giunsero sull’obiettivo qualche minuto prima delle 23.00; sei “Swordfish” scesero a quota di siluramento e squarciarono la fiancata sinistra della corazzata Cavour (che cominciò poi ad imbarcare acqua) e altri due tentarono di colpire l’Andrea Doria ma senza riuscirci. Nel frattempo quattro bombardieri attaccarono, danneggiandoli, i cacciatorpediniere Libeccio e Pessagno mentre, alle 23.15, due aerosiluranti colpirono la Littorio sia a dritta che a sinistra. Un ultimo Swordfish, sganciò un siluro contro la Vittorio Veneto ma la nave non venne colpita. Gli aerei si ritirarono alle 23.20.
Alle 23.30 vennero avvistati gli aerei della seconda ondata. A mezzanotte uno Swordfish colpi’ con un siluro la Duilio, altri due aerosiluranti danneggiarono la Littorio e un altro aereo attaccò la Vittorio Veneto ma ancora senza successo. Infine due bombardieri ed uno Swordfish si diressero verso le navi ancorate nel Mar Piccolo e colpirono alcuni compartimenti inferiori e i depositi di carburante del Trento. Gli ultimi aerei si ritirarono alle 0.30 del 12 novembre.
Alla fine le vittime dell’attacco furono 59.
Quella stessa notte i radar di alcuni incrociatori britannici individuarono, all’altezza di Brindisi, un convoglio italiano di quattro mercantili diretto in Albania. Gli incrociatori si avvicinarono ed aprirono il fuoco con i loro 24 cannoni affondando tutte e quattro le navi italiane. Due mezzi di salvataggio riuscirono a recuperare 140 uomini mentre i dispersi furono 25.
Per la marina italiana le conseguenze dell’attacco a Taranto furono enormi: la Cavour venne trasferita a Trieste per riparazioni ma non riprese più servizio per tutta la guerra, la Littorio fu inutilizzabile per più di quattro mesi e la Duilio rimase in bacino fino al maggio del 1941. La flotta italiana, in pratica, non riusci’ più a passare all’offensiva per oltre un mese. Winston Churchill disse che questa era “la prima incoraggiante notizia dall’inizio della guerra” . Dalla parte opposta solo due aerei britannici vennero abbattuti rivelando quanto fossero inadeguate le difese di Taranto. Si riteneva che gli aerosiluranti non avessero potuto colpire, a causa dei bassi fondali, le navi all’interno del porto ma venne dimostrato il contrario. Inoltre, non vennero mai utilizzate le cortine fumogene per nascondere le navi sotto attacco e non vennero mai messi in funzione i protettori ad arco voltaico per abbagliare i piloti inglesi.
Con questa incursione si dimostrò che l’aviazione era ormai fondamentale nelle battaglie navali e le portaerei divennero la componente più importante di una flotta; gli aerei imbarcati, infatti, potevano sia difendere le proprie formazioni sia attaccare quelle avversarie. Finiva invece l’epoca delle corazzate, dotate si di potenti artiglierie ma troppo lente e vulnerabili di fronte a un attacco aereo e troppo difficili da rimpiazzare.