LA SECONDA GUERRA MONDIALE
 
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L'ITALIA FIRMA L'ARMISTIZIO CON GLI ALLEATI
 
Le trattative per l'armistizio

Dopo la destituzione di Mussolini, il nuovo governo italiano, con a capo il maresciallo Pietro Badoglio, comunicò che il conflitto, ufficialmente, continuava insieme all’alleato tedesco e contro gli Alleati. In realtà, invece, si stava cercando di entrare in contatto proprio con gli angloamericani allo scopo di intavolare trattative che portassero a un trattato di pace.
Il 12 agosto il generale Giuseppe Castellano fu mandato a Madrid per incontrarsi con l’ambasciatore inglese in Spagna Samuel Hoare; dopo avergli esposto i propositi italiani di sganciarsi dal conflitto, il giorno sedici, Castellano giunse a Lisbona per colloqui con il locale ambasciatore britannico, Ronald Campbell. A Lisbona arrivarono anche due generali che rappresentavano Eisenhower, l’americano Walter Bedell Smith e il britannico Kenneth Strong; espose anche a loro la disponibilità italiana ad arrendersi ma gli Alleati pretesero la resa incondizionata.
L’inviato di Badoglio chiese e ottenne dieci giorni di tempo per riferire al suo governo, ma, trascorso questo periodo, quest’ultimo non aveva preso ancora una decisione. Castellano, tramite D’Arcy Osborne, l’ambasciatore inglese in Vaticano, fu convocato dagli angloamericani a Cassibile, in Sicilia, vicino a Siracusa; egli chiese agli Alleati che sbarcassero a nord di Roma prima dell’annuncio dell’armistizio per rispondere alla prevedibile reazione tedesca ma si sentì rispondere che le azioni alleate sarebbero state contemporanee e non precedenti alla notizia del trattato di pace.
Il primo settembre Castellano, dopo essere rientrato a Roma, si riunì con Badoglio, i generali Ambrosio e Carboni e il ministro degli esteri Guariglia; al termine della riunione Badoglio fu ricevuto dal re Vittorio Emanuele III che, alla fine, decise di accettare le condizioni degli Alleati per l’armistizio inviando loro un telegramma di conferma.
Il giorno dopo, quindi, Castellano partì nuovamente per Cassibile per comunicare l’ok del governo italiano all’armistizio ma con sé non aveva l’autorizzazione scritta di Badoglio per la firma. Bedell Smith lo invitò a mandare un telegramma a Roma per richiedere una sua conferma ufficiale ma, nel giorno stesso, non arrivò nessuna risposta. Solamente alle 16.30 del giorno tre, dopo un secondo telegramma di sollecitazione, Badoglio rispose con un’esplicita autorizzazione alla firma del suo inviato.

La firma dell’armistizio

Castellano, il 3 settembre 1943, firmò, in tre copie, quello che viene chiamato “armistizio corto”, anche se era, in pratica, una resa senza condizioni. Alle 17.30 circa firmarono Castellano per l’Italia e Bedell Smith (delegato da Eisenhower) per gli Alleati. Fu stabilito che l’armistizio sarebbe entrato in vigore il giorno otto. Anche Churchill fu informato subito dell’armistizio ufficiale tramite il suo ministro distaccato presso il quartier generale di Eisenhower, Harold Macmillan.
Castellano stringe la mano ad Eisenhower dopo la firma dell’armistizio di Cassibile (3 settembre 1943), 
       fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/File:Armistizio-1943-Castellano-Eisenhower-Cassibile.jpg Per aiutare gli italiani nella difesa di Roma gli Alleati fecero sapere di poter impiegare una loro divisione aviotrasportata (l’82° americana) a patto, però, che gli italiani stessi garantissero la difesa dell’aeroporto dove avrebbero dovuto atterrare gli statunitensi. Per parlare di questo, nella notte tra il 6 e il 7 settembre furono inviati a Roma due uomini di fiducia di Eisenhower, il generale di brigata Maxwell D.Taylor e il colonnello William T.Gardiner; essi incontrarono il generale Carboni, capo delle forze a difesa di Roma, proprio per rendersi conto della reale capacità italiana di supportare un eventuale atterraggio dei paracadutisti americani. Carboni, però, comunicò agli americani che le forze italiane non erano in grado di aiutare i loro soldati e propose loro anche di rinviare l’annuncio dell’armistizio, proposta suggerita anche da Badoglio dopo che i due “inviati” s’incontrarono anche con lui.
Eisenhower, una volta saputo dell’idea italiana, fece immediatamente annullare il lancio dei paracadutisti e decise di rendere pubblico l’armistizio già il giorno dopo.
L’armistizio fu reso pubblico il giorno 8 settembre, alle 18.30, con un annuncio fatto dai microfoni di Radio Algeri da parte di Eisenhower; un’ora e un quarto dopo fu Pietro Badoglio a confermarlo dai microfoni dell’Eiar.

La fuga del Re

Dopo l’annuncio dell’armistizio, fatto prima da Eisenhower e poi da Badoglio, alcuni reparti italiani furono attaccati e sconfitti dai tedeschi; nella certezza che questi ultimi volessero impadronirsi di Roma, il re Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio, anziché prepararsi e organizzare adeguatamente la difesa della propria capitale, non trovarono migliore decisione che quella di fuggire precipitosamente e irresponsabilmente lasciando il proprio Paese nel caos più completo. Decisero di scappare verso un posto che garantisse una certa sicurezza da parte degli attacchi germanici e scelsero l’Italia meridionale dato che, in parte, era già sotto il controllo alleato.
Come via di fuga, poiché i nazisti si erano impossessati delle basi di Civitavecchia e Gaeta, decisero di dirigersi verso l’Adriatico per raggiungere il porto di Pescara dal quale, poi, imbarcarsi verso il sud.
All’alba del 9 settembre 1943 il Re, la Regina, il principe Umberto, il duca Pietro d’Acquarone e il generale Puntoni salirono su un piccolo convoglio di autovetture e lasciarono Roma passando dalla via Tiburtina. Si mise in fuga anche il vice Capo di Stato Maggiore, Mario Roatta, che diede istruzioni al generale Giacomo Carboni di schierare le divisioni “Ariete”e “Piave” proprio lungo la via Tiburtina anziché a difesa della capitale.
Solo alcuni reparti italiani aiutati dai cittadini rimasero ad opporsi all’entrata tedesca nella città; nei combattimenti che si tennero a Porta San Paolo e lungo la Cassia rimasero uccisi circa 1.300 persone tra militari e civili.
Durante il pomeriggio del 9 settembre il corteo del Re raggiunse l’aeroporto di Pescara ma la fuga via aerea fu esclusa sia per motivi di sicurezza sia perché i piloti stessi si rifiutavano di portare, in modo così ignobile, la famiglia Reale al sicuro. Fu presa la decisione di proseguire il viaggio via nave e far pernottare il Re presso il castello di Crecchio; la mattina seguente tutti i Reali e Badoglio si imbarcarono, a Ortona, sulla corvetta “Baionetta” che, nel frattempo, era arrivata da Zara. Su di essa presero posto circa 250 ufficiali con tanto di rispettive famiglie.
Da Ortona Vittorio Emanuele III e tutto il suo seguito giunsero a Brindisi seguiti da un ricognitore tedesco; nessuna azione fu intrapresa dai tedeschi in seguito a questi avvistamenti. All’arrivo furono ricevuti dall’ammiraglio Rubartelli, anch’egli molto stupito alla vista del Re.
Una volta arrivato a Brindisi Vittorio Emanuele III fece diffondere una sua dichiarazione in cui spiegava che la fuga era stata necessaria per continuare a dare all’Italia un governo formalmente libero; dai microfoni di Radio Bari si rivolse alla popolazione con queste parole: "Per il supremo bene della patria che è sempre stato il mio primo pensiero e lo scopo della mia vita, e nell'intento di evitare più gravi sofferenze e maggiori sacrifici, ho autorizzato la richiesta di armistizio. Italiani, per la salvezza della capitale e per potere pienamente assolvere i miei doveri di re, col governo e con le autorità militari mi sono trasferito in altro punto del sacro e libero suolo nazionale...".
Il 23 settembre scrisse a Roosevelt e al re d’Inghilterra che si augurava una veloce avanzata delle truppe alleate in modo che potesse tornare al più presto a Roma.

L’armistizio “lungo”

Il 27 settembre fu consegnato a Badoglio, da due rappresentanti alleati, il testo della resa incondizionata italiana; questo testo, chiamato anche “armistizio lungo” e suddiviso in 44 articoli, fu firmato, a Malta, da Badoglio due giorni dopo.
Il 13 ottobre 1943 il nuovo governo italiano, seguendo una delle clausole indicate nella resa, dichiarò guerra alla Germania per entrare in possesso dello status di Paese cobelligerante.