LA SECONDA GUERRA MONDIALE
 
Si avvicina
il conflitto
Le fasi
della guerra
I
protagonisti
I
documenti
Lo
spionaggio
I
tanks
Gli
aerei
Le
navi
Links Statistiche
 
 
LA RICONQUISTA DELLE ISOLE ALEUTINE
 

Le isole Aleutine, che si estendono dall’Alaska fino al largo della penisola di Kamchatka, furono occupate dai giapponesi il 3 giugno 1942, il giorno prima dell’inizio della Battaglia delle Midway.
Il 12 gennaio 1943 un piccolo gruppo di soldati statunitensi occupò, senza trovare resistenza, l’isola di Kamchitka (l’unica loro perdita fu un cacciatorpediniere che si arenò contro gli scogli) e iniziarono a costruire una pista per far decollare aerei da caccia.
A metà febbraio sei unità navali americane bombardarono alcune installazioni giapponesi che si trovavano sull’isola di Attu.

La battaglia delle Isole del Commodoro

La battaglia delle Isole del Commodoro (isole situate al largo della penisola di Kamcatka) si svolse il 27 marzo 1943; gli americani vennero a sapere della presenza di un convoglio giapponese che stava portando rifornimenti diretti all’isola di Attu e mandarono a intercettarlo una squadra, al comando del contrammiraglio Charles McMorris, composta da due incrociatori (“Salt Lake City” e “Richmond”) e quattro cacciatorpediniere (“Coghlan”, “Bailey”, “Dale” e “Monaghan”).
L’incrociatore pesante giapponese 'Nachi', 
       fonte: Japanese Cruisers of the Pacific War. Naval Institute Press. ISBN 0870213113 La scorta nipponica al convoglio, invece, era guidata dal viceammiraglio Moshiro Hosogaya ed era costituta da due incrociatori pesanti (“Nachi” e “Maya”), due incrociatori leggeri e otto cacciatorpediniere.
Alle 7,30 del mattino due navi statunitensi entrarono in contatto radar con la formazione nemica e aumentarono la velocità per intercettarle.
Alle 8,40 il primo colpo fu sparato dalla “Nachi” verso la “Richmond” ma fu quest’ultima, di risposta, a colpire la nave nemica provocando un incendio. Subito dopo l’incrociatore giapponese fu centrato anche da colpi partiti dalla “Bailey” e dalla “Coghlan” subendo gravi danni.
Rimessa in condizione di combattere, la nave nipponica colpì il “Salt Lake City” causando un incendio nel locale caldaie e aprendo una falla nello scafo. Le altre unità del Sol Levante si diressero verso di esso per finirlo ma intervennero tre cacciatorpediniere americani in sua difesa. Subito dopo mezzogiorno il “Salt Lake City” riuscì a riavviare i motori.
A questo punto il viceammiraglio Hosogaya, essendo a corto di carburante e temendo l’arrivo di nuove unità statunitensi, decise di invertire la rotta e di ritirarsi verso ovest.
Il bilancio delle perdite fu sostanzialmente in parità per le due parti ma, dopo questo scontro, i nipponici non tenteranno più di forzare, mediante navi di superficie, il blocco navale americano delle isole Aleutine.
I giapponesi accusarono Hosogaya di avere tenuto un atteggiamento troppo incerto e, per questo, lo esonerarono dal comando.

L’invasione dell’isola di Attu

Il primo aprile 1943 gli americani resero note le direttive per l’invasione dell’isola di Attu. Queste direttive prevedevano che essa sarebbe avvenuta il 7 maggio e che sarebbe stata al comando dell’ammiraglio Kinkaid, il comandante della “Task Force 16” del Pacifico settentrionale; le truppe destinate all’invasione erano quelle appartenenti alla 7° Divisione.
La mappa dell’isola di Attu nelle Aleutine, 
       fonte: http://www.ibiblio.org/hyperwar/USN/Aleutians/maps/USN-CN-Aleutians-1.html Queste salparono da Cold Harbor, in Alaska, il 4 maggio ma, a causa del maltempo, il giorno fissato per lo sbarco fu rinviato dal giorno sette al giorno undici.
L’11 maggio gli statunitensi, durante una fitta nebbia, sbarcarono in più punti dell’isola di Attu; presero terra nella “Baia del Massacro” e ad ovest della baia di Holtz.
Gli attaccanti si diressero verso Passo Jarmin ma si scontrarono con la decisa resistenza nemica; solamente cinque giorni dopo, dopo duri assalti con utilizzo anche di aerei ed artiglieria, riuscirono a raggiungerlo dopo che i giapponesi avevano abbandonato le loro postazioni ritirandosi, la notte del 17, su Chicagof Harbour.
Il giorno dopo le forze statunitensi sbarcate a nord e a sud dell’isola si congiunsero e, intanto, presero terra nuove truppe. Per più di dieci giorni gli americani si scontrarono con la fanatica resistenza nemica e avanzarono lentamente nonostante l’appoggio che era loro fornito dalle navi che avevano partecipato alle operazioni di sbarco.
Il 28 maggio i giapponesi occupavano ormai solo la zona di Chicagof Harbour e le montagne circostanti. Nella notte successiva sferrarono, al comando del colonnello Yamasaki, un ultimo deciso attacco riuscendo, dopo accaniti combattimenti ravvicinati e furiosi corpo a corpo, anche a prendere posizioni statunitensi; alla fine, però, essi furono praticamente annientati e, due giorni dopo, cessarono ogni resistenza sull’isola dopo che avevano perduto l’intera guarnigione (2.352 morti e solo 28 feriti fatti prigionieri). Gli americani, invece, ebbero 550 vittime e 1140 feriti.
Il 30 maggio questi ultimi occuparono, senza incontrare opposizione, anche l’isola di Shemya.

Sull’isola di Kiska

Le truppe americane, costituite da 34.426 uomini e a seguito di una decina di giorni di bombardamenti, il 15 agosto 1943 sbarcarono sull’isola di Kiska ma la trovarono già evacuata dai soldati giapponesi che, tra il giugno e il luglio precedenti, se ne andarono approfittando della copertura della nebbia. Nonostante questo gli statunitensi, a causa di congelamenti, fuoco amico e malattie, persero 313 uomini.