LA SECONDA GUERRA MONDIALE
 
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LA GUERRA IN AFRICA ORIENTALE
(Avvenimenti degli anni 1941-1942)
 
L'attacco inglese alla Somalia

Le truppe britanniche si concentrarono in Kenya agli ordini del generale di Corpo d'Armata sir Alan Cunningham, fratello minore dell'Ammiraglio che comandava la squadra navale nel Mediterraneo. Erano composte da circa 75.000 uomini, di cui 27.000 Sudafricani, 33.000 provenienti dall'Africa orientale, 9.000 dall'Africa occidentale e 6.000 Inglesi.
Sotto pressione di Churchill, Archibald Wavell, comandante in capo per il Medio Oriente, e Cunningham decisero di attaccare la Somalia italiana; in un primo momento l’offensiva doveva scattare nei mesi di maggio-giugno, dopo la stagione delle piogge, ma, per la necessità di spostare poi uomini e mezzi sul fronte egiziano, si decise di anticipare l'inizio delle operazioni al febbraio 1941.
L’attacco fu sferrato prevalentemente dalla 12ª divisione africana del generale Godwin Austen e comprendente la 1ª brigata del Sud Africa, la 22ª brigata dell'Africa Orientale e la 24a brigata della Costa d'Oro.
Il confine tra Kenya e Somalia venne oltrepassato dalle truppe inglesi in tre punti (Dif, Liboi e Chisimaio) per raggiungere i due principali obiettivi ovvero la pista che collegava i paesi Afmadu e Gelid e la città portuale di Chisimaio, il cui possesso era fondamentale per il prosieguo dell’offensiva.
Il 10 febbraio Afmadu, dopo intensi bombardamenti da parte dell'aeronautica sudafricana, venne abbandonata dalle truppe italiane.
Il generale De Simone, comandante le truppe italiane in Somalia, decise di abbandonare Chisimaio per organizzare una linea difensiva sul fiume Giuba; dopo che la mattina del 14 febbraio cadde Gobuin, nel tardo pomeriggio la XXII° Brigata dell'Africa orientale, incontrando scarsissima resistenza, entrò nella città portuale.
La difesa sul Giuba si rivelò del tutto inutile per gli italiani dato che, con la scarsità delle acque del fiume, le truppe inglesi riuscirono ad attraversarlo a monte.
De Simone, trovatosi senza appoggio da parte dell’aviazione (praticamente assente nonostante l’abbondanza di apparecchi in Africa Orientale mentre i britannici avevano un ottimo appoggio aereo) e con la cronica mancanza di mezzi di trasporto, non dovette altro che continuare a ritirarsi mentre perfino il comando inglese si stupì della velocità della propria avanzata. Ne approfittò, quindi, per provare a cacciare definitivamente gli Italiani dalla Somalia utilizzandola, poi, come base per invadere l'Etiopia; a questo scopo il generale Cunningham ordinò che Mogadiscio, la capitale somala e dotata di un importante porto da utilizzare come base logistica per futuri rifornimenti, fosse conquistata il prima possibile.
L’avanzata britannica fu travolgente: in soli tre giorni la XXIII° Brigata della Nigeria percorse i 400 km che separano Gelib da Mogadiscio, facendo entrare in quest’ultima i primi reparti il 25 febbraio. Qui furono trovati intatti, oltre al porto che gli italiani non fecero nemmeno in tempo a danneggiare, 1.500.000 litri di benzina, 360.000 litri di carburante per aerei e un gran numero di provviste.
I britannici si resero conto che la velocità di movimento delle proprie truppe mandava in confusione i comandi italiani, cosa che sfruttarono nella fase successiva della Campagna. a prima guerra mondiale.


La campagna d'Eritrea

Il 19 gennaio 1941, sir William Platt, comandante delle truppe inglesi nel Sudan, sferrò un’offensiva conto le forze italiane che si trovavano in Eritrea; queste ultime, al comando del generale Trusci, erano composte da circa 17.000 uomini dotati di artiglieria e carri armati leggeri.
Due giorni dopo gli attaccanti occuparono Kassala mentre gli italiani si ritirarono prima ad Agordat e poi nella fortezza di Cheren.
Dopo 8 settimane di aspri combattimenti, il 2 marzo gli italiani si ritirarono da Cheren verso l’Asmara; la conquista della piazzaforte nemica costò agli inglesi 4000 uomini tra morti e feriti.
Il primo aprile le truppe della 4° e della 5° divisione indiana di Platt entrarono all’Asmara. L’obiettivo finale era Massaua, un porto importante sul Mar Rosso; una settimana dopo anche questa città si arrese causando agli italiani 3.000 morti, 5.000 feriti e 5.000 prigionieri.


La fine dell'Africa Orientale Italiana

Gli Italiani, dopo la perdita di Mogadiscio, si diressero verso Giggiga, ad oltre 900 km verso l’Etiopia, ma l’avanzata nemica proseguì senza sosta. Il compito di inseguirli fu affidato all'11ª divisione africana del maggiore generale Wetherall, al 1° raggruppamento di brigata sudafricano e alla 22° brigata dell'Africa Orientale. Questi reparti potevano contare su artiglieria pesante e un notevole appoggio aereo.
Le linee di resistenza che le truppe italiane in ritirata volevano organizzare (prima al Passo Babile e poi presso il fiume Bisidimo) non ebbero nemmeno il tempo di essere approntate dalla velocità dell’incalzare nemico. La città di Harrar, presidiata da tre brigate italiane che, in teoria, avrebbero dovuto impegnare molto gli inseguitori, venne dichiarata città aperta e fu presa, addirittura, senza dover combattere.
Ormai la capitale Addis Abeba si trovava solamente a 250 km e il Viceré Amedeo d'Aosta, che si rendeva conto di non poterla difendere, decise di far entrare in città le truppe inglesi senza colpo ferire, in modo che non si verificassero episodi avvenuti in altre parti dell’Etiopia (come a Dire Daua) dove gli italiani erano stati massacrati dalla popolazione locale. Le prime truppe entrarono in Addis Abeba all'alba del 5 aprile mentre, un mese dopo, ritornò in patria il Negus Hailè Selassiè.
Una volta perdute Mogadiscio e Addis Abeba, l’unico obiettivo rimasto all'esercito italiano era di resistere il più a lungo possibile per impegnare truppe inglesi che, altrimenti, sarebbero state mandate a combattere in Cirenaica. Le zone dove esso ancora combatteva erano a Gondar, nel nordovest del Paese, agli ordini del generale Nasi, a Gimma, nella regione dei Laghi, al comando del generale Gazzera e sull'Amba Alagi, dove il Duca d'Aosta riorganizzò gli uomini provenienti da Addis Abeba e dall'Eritrea.
L'Amba Alagi, che si trovava sulla strada che congiunge Massaua ad Addis Abeba, era una fortezza naturale costituita da nove vette che arrivavano anche a 3600 metri di quota e il Duca d’Aosta, che poteva contare su quasi 7.000 uomini, la considerava una posizione ideale per tentare l’ultima resistenza; aveva, infatti, fortificato le linee di difesa mediante reticolati e postazioni di artiglieria composte da oltre 40 cannoni. Inoltre i viveri erano sufficienti per tre mesi.
Il 29 aprile i Sudafricani, la V° Divisione indiana e gruppi di guerrieri abissini (al comando del tenente colonnello Ranking della Defence Force sudanese) raggiunsero l'Amba Alagi.
Il 3 maggio iniziarono l’offensiva ma in quel giorno tutti gli attacchi vennero respinti; solamente il giorno dopo gli indiani, appoggiati da un pesante fuoco di artiglieria, riuscirono a conquistare le cime di Pyramid, Whaleback ed Elephant. Il giorno 5 si impadronirono, invece, di Middle Hill. Il giorno 9 diressero le loro azioni verso la cima Gumsa che gli italiani difesero fino all'esaurimento delle munizioni.
I combattimenti proseguirono fino al 17 maggio in cui venne concordata la resa, con l'onore delle armi, di tutte le truppe presenti sull'Amba Alagi (circa 7000 uomini).
Dopo la resa e la cattura del Duca d’Aosta, Mussolini nominò comandante in capo delle truppe italiane in Africa orientale il generale Gazzera; egli si dovette occupare del coordinamento delle difese delle ormai ultime sacche di resistenza presenti in territorio etiope.
A Gimma la battaglia durò fino al 10 luglio 1941, quando l’ultimo battaglione italiano si arrese a Dembi. La città, invece, rimasta senza aiuti dall’esterno, era caduta il 21 giugno (vennero catturati 15.000 soldati).
Intorno a Gondar, invece, continuavano a resistere 40.000 uomini sotto il generale Nasi; di fronte, però, alla mancanza di munizioni e di viveri e al gran numero di bombardamenti a cui vennero sottoposti, alla fine si dovettero arrendere (Nasi salvò poco più di 22.000 uomini). Nella piazza di Gondar il tricolore venne ammainato il 27 novembre decretando la fine dell'Africa orientale italiana.
Per l'esercito inglese fu un grande successo e, in tre mesi di guerra, fece prigionieri oltre 230.000 uomini.